INTERVISTA AD ANTONIO NENCETTI DIRETTORE DI PALCO DELLA FLOG

di Mattia Rutilensi

 

Riot Van ha intervistato Antonio Nencetti, direttore di palco della Flog da più di vent’anni e collaboratore di numerosi festival italiani tra cui Pistoia Blues.

Ci ha raccontato ovviamente la sua esperienza all’auditorium ma abbiamo parlato anche della situazione dei gruppi musicali al giorno d’oggi nella zona fiorentina e non solo.

 

Come sei arrivato alla Flog? Cosa potresti raccontare della tua esperienza più che ventennale?

Io 22 anni fa sono arrivato alla Flog quasi per scommessa, venivo da tutt’altra esperienza, mi occupo però di intrattenimento da sempre. Alla Flog sono arrivato perchè conoscevo Claudia Ferrari che ci lavorava e mi ha presentato allo staff che lavorava lì da poco, erano soli 6 mesi che la Flog era aperta. 22 anni dopo ti dico che siamo una famiglia, ho dei ricordi bellissimi di questi anni: dei concerti storici, epici per la città. Ti posso rammentare ad esempio una data: 5 gennaio 91: Mano negra con King Of Bongo, oppure l’emozione di aver fatto 2 volte i Ramones con line-up quasi completa. Di notti magiche alla Flog con emozioni sopra le righe te ne potrei indicare tantissime. Noi siamo considerati una punta di diamante in Italia per l’ospitalità. Grazie all’approccio speciale dei ragazzi dello staff sono tante le band che arrivano e poi vanno via soddisfatte, dicendo che si sono trovate veramente bene da noi. Così hanno detto ad esempio Capovilla, Godano, Giuliano Palma, I MCR. Alla Flog l’ospitalità è un fattore molto importante. Sono tante le band che vanno via tra baci e abbracci, a tarallucci e vino insomma (ride ndr). Come ti accennavo prima, la direzione artistica è di un mago. Sono pochissime infatti le persone che dopo 23 stagioni riescono a fare il direttore artistico e a farlo bene come lo sta facendo Enrico Romero. La mia esperienza musicale? In inverno lavoro all’Auditorium Flog. D’estate invece faccio festival, lavoro e collaboro principalmente con Giovanni Tafuro di Pistoia Blues. Con lui abbiamo lavorato su 3 / 4 festival diversi.

 

Antonio Nencetti ritratto da Niccolò Gambassi

Antonio Nencetti ritratto da Niccolò Gambassi

 

Di tutti gli artisti che hai incontrato potresti raccontarci qualche aneddoto? Degli episodi, dei comportamenti che ti sono rimasti impressi…

Di aneddoti sugli artisti te ne potrei dire a milioni. Io ne ho conosciuti tantissimi, i più sparati: Santana, Peter Gabriel, Pearl Jam, Bob Dylan

 

Ecco a proposito di Bob Dylan so che tu sei stato testimone del suo “strano” comportamento sul palco…

Beh sai Bob Dylan…è inutile spendere parole per lui. Bob Dylan è Bob Dylan, uno dei grandi padri del rock, un Godfather della musica. Cosa dire su di lui? É una persona stupenda ma non riesce ad avere un rapporto diretto con le persone. Io ho avuto a che fare con lui diverse volte ma quell’esperienza a Pistoia fu particolare. Lui si avvale del Personal Manager, molte grandi star ce l’hanno per evitare il contatto fisico, ma lui lo usa per evitare anche quello verbale. Una volta a Pistoia un tecnico aveva un problema con un monitor e andò lì per parlare con lui. Quando il tecnico di palco sopraggiunse a 1 metro, mezzo metro, Bob Dylan si ritirò con uno scatto. Per parlare con lui bisogna prima avvisare il personal manager che riferisce la comunicazione all’artista e poi porta la risposta. Secondo me questo deriva da un problema personale di comunicabilità, lui è una persona che vive nel suo mondo e difficilmente guarda qualcuno in faccia. Escluderei invece la classica ipotesi della star che si sente superiore al resto del mondo, non rientra in quel canone. Non tutti sono così: ad esempio con John Mayall puoi fare un discorso, B.B. King addirittura abbraccia saluta e ringrazia tutti, ti chiama nipote. Dylan invece mi ricorda un po’ Robert Fripp che si nasconde durante il g3 e che dice di essere un antidivo, di non volere il contatto con il pubblico. Insomma gli artisti sono un mondo oscuro, non si sa mai quello che devi fare. Pensi di aver fatto la cosa giusta e magari hai fatto quello che a loro da più fastidio.

 

Quindi il tuo lavoro consiste insomma nell’organizzare il concerto, la trasferta, il vitto, l’alloggio etc…etc…

Io sono quello che realizza l’evento per loro, sono quello che prima dell’inizio del festival segue il montaggio della struttura, palco e tribune. Lo stage manager è quello che sul palco dice la sua su tutto per far sì che l’artista sia contento e vada via felice.

 

Alla Flog avete sempre un programma molto ricco ma che si limita spesso, almeno nel caso degli artisti italiani, a quella che viene chiamata “La scena indipendente”. Secondo te è ancora valido nel 2013 questo concetto di non appartenere ad una grande casa discografica e di praticare di conseguenza un certo genere musicale? Oppure non si può dire?

Questa è una bellissima domanda. Sarebbe più una domanda da direttore artistico però provo a risponderti. La Flog in effetti è un locale un po’ bastardo, le 1000 persone circa di capienza per cui io metto la firma, non basterebbero per un artista da major. Non puoi fare una data di Elisa o deiNegramaro alla Flog. Ci sono certo le eccezioni: tre anni fa Ligabue è stato da noi, così come c’era stato nel 90. Idem per il 2012 dove a novembre abbiamo avuto Vinicio Capossela. Noi li accogliamo molto volentieri però questa è una scelta dell’artista. Uno che magari, dopo tanti palazzetti e teatri, vuole rivedere la gente, toccarla con mano. Considera che siamo stati il locale in cui la BandaBardò ha fatto un tour infinito negli anni 90. Ora la Banda non può più venire da noi perchè fa 6000 paganti al Mandela, dovrebbe fare sei repliche da noi! Con le major ne arrivano pochi.

 

Dal punto di vista del costo come riuscite a mantenere il biglietto così basso?

Questa è una politica aziendale. Noi siamo un locale dove al massimo spendi 20 euro. Noi preferiamo avere più gente, biglietti bassi e rifarci magari con il bar. Questo ovviamente l’abbiamo capito noi, l’ha capito Enrico come promoter ma lo devono capire ancora molti del mondo dello spettacolo come certe agenzie che ancora sparano a zero. Forse queste agenzie non hanno capito una cosa: la gente i soldi li ha finiti. Ti assicuro che quando noi chiediamo 15 euro al botteghino il bar fa 1 / 4 di quanto faceva 10 anni fa. Perchè la gente non ha i soldi per parcheggiare, mettere il giubbotto nel guardaroba, entrare e anche bere. Le band invece queste cose non le capiscono ancora. O meglio, ci sono band ragionevoli e non. Alcune preferiscono fare più date ad un costo ragionevole, per cui il promoter non si ammazza, rimane un bel rapporto tra band e locali e continueranno a lavorare nel tempo. Hanno un prezzo che non ammazza i promoter. Questa politica qui nel tempo paga e si stabilisce una buona collaborazione tra locali e band. Perché una data si crea a 360 gradi, c’è da contare il 20-25% di SIAE che non è tuo, ci sono le 25 persone che lavorano alla Flog, c’è l’albergo e la cena da pagare al gruppo. I costi dell’intrattenimento sono molto alti oggi.

 

auditorium

 

Voi siete uno dei locali sempre aperti da tanti anni, perchè non ospitate qualche gruppo di Firenze, se pure non grande che venga da voi?

Ti faccio un discorso un po’ lungo, una risposta che magari potrai giudicare obsoleta perchè io ho una certa età. Io sono nato nei primi anni 60, a quei tempi per ascoltare la musica si andava nei club o al limite si ascoltava Controradio. Negli anni 80 c’era così tanta fame di sentire nuovi gruppi che quando possibile non si perdeva occasione di andare in un pub, bere una birra con gli amici e scoprire nuova musica. Oggi invece qualcuno ti dice: sai ho scoperto questo gruppo, sono bravi, sentili, e te in un attimo hai tutti i loro pezzi, le foto e la biografia. Questo è sicuramente un bene perchè in pochi secondi con Google o Wikipedia sai tutto. Però da un’altra parte è un male. Perché probabilmente la gente sta a casa, se li sente al computer però non si sposta quando vede il manifesto del live in città. La band vorrebbe avere più pubblico, vorrebbe viversi il live invece. Secondo me un gruppo va sentito, va visto sudare. L’intrattenimento al computer, le emozioni che puoi provare, sono falsificate al 200% perchè le migliori foto, i migliori video non daranno mai la resa di un concerto live. La Flog vive su una programmazione di livello nazionale. Però ci chiedono spesso appunto: perchè non dedicate una volta al mese una serata alle band emergenti? Perchè la Flog ha un costo fisso di 3-4000 euro e noi ci abbiamo provato già qualche volta negli anni ma non c’è un ritorno. Neanche a mettere il biglietto a 3 euro. Perchè la gente viene a vedere la band che gli piace, di cui sente parlare al giornale ma non considera la scena emergente. Anche nel Valdarno l’unica eccezione che mi sentirei di citare è Betto dj, che con il suo spettacolo riesce sempre a raccogliere un sacco di gente.

 

Un collegamento forse un po’ azzardato: se uno sta a casa a sentirsi il gruppo, non ha neanche più bisogno di comprarsi il disco per ascoltare le canzoni, quindi il gruppo perde una fonte di sostentamento e si vede costretto ad alzare i prezzi dei live.

Secondo me questo discorso può essere valido fino ad uno standard di gruppo che ha sfondato il muro, ma non da emergente a big, perchè la musica è fortuna. Un giorno magari ti trovi a parlare con la persona giusta e quella ti spinge fino alle stelle. Un esempio: Elisa e Giorgia ora sono famose e le ascoltiamo, ma in tutta Italia chissà quante Elisa e Giorgia ci sono che non conosciamo. Quando ormai sei un gruppo che ha la storia è più facile. Oggi i dischi non si vendono più nei negozi, si vendono nei live ed è tutto più difficile anche per gruppi con le palle, per gruppi che tirano un sacco. Per vari motivi: perchè le major ti strizzano come una rapa e se non hai il sangue ti buttano via, perchè la gente scarica e non compra più. Infatti come sai benissimo per qualunque nuova realtà musicale non conta neanche più la distribuzione per negozio ma solo in digitale. É l’unico modo di vendere. Se per esempio noi andiamo nell’unico negozio di dischi di questo paese (Pontassieve, provincia di firenze) vedi che di Big se ne vende pochi ma di emergenti proprio nessuno! E questo è dovuto a tanti fattori. Il computer è un buono strumento ma non ha fatto del tutto bene alla musica.

 

Parliamo un po’ della categoria “Hipsters”, quelli che cercano l’esclusività del gruppo. Si può fare un paragone tra loro e i fans della prima ora che poi abbandonano quando arriva il successo?

In 20 anni di attività live all’Auditorium Flog ti posso nominare tantissimi gruppi che sono passati da noi prima del successo. Ad esempio ti potrei dire i Chumbawamba, che hanno sfondato poi con I Get Knocked Down e avuti da noi al prezzo di una cena praticamente. Noi li avevamo scoperti e nella figura di Enrico Romero avevamo chiuso subito un contratto con loro con un prezzo ridicolo mentre la data dopo gli veniva pagata già 50 milioni di lire. Quando il gruppo esplode può perdere l’amante dell’oscuro ma aumenta così tanto il suo target che non gli importa di quello che ha perso.

 

pistoiablues

 

Una domanda riguardo ad un articolo di Simon Reynolds (apparso su wired) nel rapporto tra musica e tecnologia. Diceva che i gruppi, specialmente quelli senza casa discografica, passano quasi più tempo a pubblicare anteprime, foto video e comunque fatti riguardanti la loro vita, che non a comporre nuovi pezzi o a migliorarli. Quindi si impiegano tutte le sue energie in questo, la sua creatività è sprecata e non ci sono più i grandi album. Sei d’accordo?

Ci sono gruppi di tutti i livelli: anche quelli che fanno 1 milione di visualizzazioni senza andare in tour. Tra il messaggio musicale e la tecnologia c’è un connubio inevitabile. Sono tantissimi i ragazzi che hanno registrato 2-3 pezzi e si mettono già su facebook a dire tutto quello che fanno. Probabilmente perchè si sentono un po’ soli. Prima, negli anni 70-80 era più facile per una band di qualità emergere perchè c’erano più etichette e c’era un investimento da parte delle agenzie. Oggi invece secondo me c’è grandissima perdita di tempo: non si trova da suonare su facebook o sul computer. Non mi sento di dire che il computer mi ha portato svantaggi, ora ho a portata di mano tutte le canzoni del mondo e se non posso vedere il live me lo sento qui. Però c’è chi si è seduto troppo su questo.

 

Riot Van saluta Antonio e lo ringrazia per la bella testimonianza, e la disponibilità dimostrata. È stato un piacere, dopo aver intervistato tanti musicisti, incontrare un personaggio che si muove “dietro le quinte” dell’ambiente musicale.