FRA MICHELANGELO E PONTORMO: IL CINQUECENTO TORNA A FIRENZE

di Dario Baldi

 

“Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere in cui il vino si fa
luna e specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
nella sala di un museo.
E poi ti voglio bene, nel tempo e nel freddo”.
Julio Cortázar

 

La prima volta che vidi il manifesto di una mostra organizzata a Palazzo Strozzi avevo vent’anni, primo anno di università. Era affisso su di un muro in centro a Firenze, e io stavo aspettando il bus che mi avrebbe portato alla facoltà d’Ingegneria, dove avrei dato il mio primo esame. Era, se non sbaglio, la mostra sulla metafisica (De Chirico, Ernst, Magritte e altri).
Fino ad allora non ero mai stato in un museo se non con la scuola, e ricordo che andai a quella mostra con Cristina, la ragazza elegante e coltissima che frequentavo in quel periodo. Fu lei a spiegarmi cosa significasse amare un quadro, esserne affascinati, capirne il mistero. Mi diceva sempre: “Stai ben attento, l’arte è come l’amore: non rimanere fregato da un’opera che non vale niente. Cerca solo il quadro che ami, quello che ti rimane dentro”.

Da allora sono passati otto anni, tanti esami (ho dato l’ultimo pochi giorni fa), qualche ragazza (l’ultima mi ha lasciato a marzo), tutte le mostre organizzate dalla Fondazione Palazzo Strozzi e da molti altri musei in giro per la Toscana, e gli articoli scritti per RV, a partire da quello su Van Gogh.
Dalla mostra su Dalì che visitai a inizio anno, se ne sono susseguite altre molto interessanti: Andy Warhol a Lucca, Frida Kahlo a Bologna, i Macchiaioli a Viareggio, solo per citarne alcune. Firenze, ahimè, non si è mostrata all’altezza; prima ha offerto quella specie di retrospettiva sui lavori di Ai Weiwei, e dopo quella su Bill Viola. Entrambe deludenti e fuori contesto, si sono contraddistinte sia per la pochezza del messaggio artistico che per la dubbia originalità dei contenuti.
Ed è un peccato in quanto  ̶  rischierò adesso di apparire troppo campanilista (abito a Pistoia ma studio a Firenze)  ̶ , le mostre di Palazzo Strozzi sono in assoluto le più belle, sia come qualità delle opere che come organizzazione degli spazi e del percorso espositivo.
La mia speranza era quella che gli organizzatori si ricordassero di rispettare la cultura e l’identità della città di Firenze, dando credito e riguardo a quella nutrita fetta di pubblico che chiede i Leonardo, i Botticelli, i Michelangelo, e non solo.

 

Michelangelo - Dio fluviale

In primo piano: Michelangelo – Dio fluviale; Sullo sfondo: Andrea del Sarto – Pietà di Luco

 

Ed eccoci a noi, oggi. Con la mostra “Il cinquecento a Firenze” (fino al 21/1/2018) i curatori sono riusciti non solo a riportare la grande arte al pubblico, ma anche a sdoganare finalmente quel brutto vizio, tipicamente italico, di dare in pasto alla gente solo prodotti “alla moda”, i soliti feticci culturali – sto parlando delle abituali esposizioni su Caravaggio, Van Gogh, Espressionismo/Impressionismo ecc., contrastando quindi il conformismo dilagante dell’industria culturale italiana.
Hanno cioè scelto di scommettere su artisti poco conosciuti del secondo cinquecento, contestualizzabili nel periodo della maniera moderna e della controriforma.
Solo le prime cinque opere esposte, di altrettanti artisti, sono rinomate per fama e bellezza; Michelangelo, Andrea Del Sarto, Pontormo, Rosso Fiorentino e Bronzino sono stati scelti come gli iniziatori di un percorso che sarebbe stato portato avanti da vari seguaci del bello, nomi poco conosciuti, ma le cui opere esposte valgono una gita a Firenze e il prezzo del biglietto.

La storia dell’arte è sempre stata ciclica: ad ogni periodo creativo ne è sempre seguito uno di ribellione agli stilemi imposti dal precedente. È una legge che non conosce eccezioni, nemmeno per l’arte antica. Nel percorso storico che parte da Giotto e Cimabue, si è arrivati a punti di rottura, sia stilistici che rappresentativi. Le opere qui presentate ne sono esempio lampante.

Il “Dio Fluviale” di Michelangelo (1526/1527), predisposto per mostrarlo ai committenti, era stato pensato da Michelangelo per essere collocato – insieme ad altri tre analoghi  ̶  nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo. Donato poi all’accademia delle Arti e del Disegno, è stato ora restaurato per eliminare la ridipintura scura e recuperare l’originale coloritura chiara a imitazione del marmo.

La “Pietà di Luco” di Andrea Del Sarto (1523/1524), anche questa restaurata per la mostra, è una tavola di straordinaria chiarezza espositiva che fu realizzata dall’artista per il monastero di San Pietro a Luco di Mugello, dove si era rifugiato per sottrarsi all’epidemia pestilenziale che imperversava a Firenze. È siglata con il monogramma delle due A intrecciate.

 

Pontormo - Deposizione

Pontormo – Deposizione

Le tre deposizioni sono tutte da manuale di storia dell’arte:

Quella di Pontormo (1525/1528), fu eseguita nel corso della decorazione, con affreschi e dipinti su tavola, della cappella di Lodovico Capponi. Pontormo crea uno spazio nuovo, circolare, sottraendo le figure alla forza di gravità.  Nel dipinto non appaiono né la tomba né la croce, ma il corpo di Cristo viene calato sull’altare.
Quella di Rosso Fiorentino (1521), è sviluppata con una pittura visionaria e arcaizzante. I personaggi si muovono contro un fondo azzurro astratto, illuminato come per irradiazione dal limite dell’orizzonte, che si adegua ai cieli che erano stati affrescati nella cappella di Volterra per cui era stato commissionato. Rosso, diversamente da Pontormo, si muove con un ritmo più regolare, garantendo un perfetto spazio tridimensionale nel quale far muovere ben undici figure.

Quella del Bronzino (1543/1545), è denotata dal distacco dalla componente irrazionale di Pontormo e Rosso; qui siamo in presenza di una gelida armonia che non lascia concessioni a fantasie. Il suo sguardo è privo di slanci interpretativi: nitido, composto ed elegante.

Rosso Fiorentino - Deposizione dalla croce

Rosso Fiorentino – Deposizione dalla croce

 

Le forme, i colori vivi e l’inedita disposizione delle figure di questi cinque capolavori restituiscono un significato assolutamente nuovo al concetto di arte sacra; un distacco che vede l’uomo messo al centro del mondo, con la figura del Cristo che è ora umanizzata – un Cristo uomo fra gli uomini  ̶  e in primo piano.

Le opere esposte nelle sale successive sono contraddistinte da uno spirito innovatore che prende spunto proprio dai cinque capolavori di cui sopra; spiccano, fra gli altri, i lavori di Giambologna: Crocifisso (1598), Mercurio (1585), Fata Morgana (1572); di Santi di Tito: Resurrezione (1574), Visione di San Tommaso D’Aquino (1593) e di Alessandro Allori: Venere e Amore (1575/1580).
Tali artisti sono stati capaci di leggere il mistero nascosto nei quadri di Pontormo, Rosso e Bronzino, e di riproporlo, traducendolo in forme dolci e naturali, con un messaggio lirico che mira a riportare l’uomo al centro del mondo.

 

Bronzino - Cristo deposto

Bronzino – Cristo deposto

 

Ed è proprio il mistero il fulcro su cui si basa la fascinazione per un quadro, una scultura, un’opera d’arte qualsiasi. Ci leggiamo qualcosa che è visibile solo ai nostri occhi, ne rimaniamo incantati e, proprio come per il mistero dell’amore, non ne troviamo una motivazione logica. Non si è in grado di esprimerlo a parole, succede e basta. Ed è il metodo migliore per distinguere la copia di bottega dall’originale, il falso dall’autentico.

In questi anni mi sono domandato spesso se la mia fosse solo vanità intellettuale o passione per l’arte, e adesso, che mi sono fermato a riflettere un istante, ho trovato la risposta.
Aveva ragione Cristina: è inutile stare sempre un passo indietro, scegliere la sponda più comoda. Non abbiamo scelta. Possiamo solo cercare.

 

A Jacopo, Claudio e Gaia, per l’amicizia.

A te, per i baci che non ti ho dato.

 

foto di Claudio Matulli