I CANI SVELANO UN’ALTRA DELLE LORO FACCE

“L’universo è una sfera il cui raggio è uguale alla portata della mia immaginazione.” cit. Ardengo Soffici

Si è concluso due sere fa a Roma, a casa sua, il mini-tour in tre tappe che Niccolò Contessa, a.k.a. I Cani, ha messo su per presentare al pubblico Aurora, sua ultima fatica discografica. Ho avuto l’onore (vista la riuscita dello show) di assistere alla data zero, svoltasi in un The Cage Theatre di Livorno pieno in tutti i suoi circa 600 posti.

I Cani live | The Cage Theatre, Livorno

 

Prima di raccontarvi del live mi andava di spendere quattro parole su questo, discusso, nuovo disco: da quando, nell’ottobre del 2015, è uscito Baby Soldato, primo singolo estratto da Aurora, la critica tutta, i fan e anche le nonne dalla parrucchiera si son sentite in dovere di giudicare e analizzare questa svolta facilmente percepibile, se così si vuole chiamare. Un mese fa, con l’uscita dell’intero album, in molti hanno storto il naso, non tanto per il fatto che I Cani ora siano sulla bocca di tutti – un’abitudine nel mondo indie è quella di stigmatizzare il successo di un artista fino a prima poco conosciuto – quanto perché in più della metà delle tracce viene a perdersi il lato più punk della scrittura di Contessa, l’immediatezza e la semplicità, e ci si avvicina a un tono melodico non solo nella musica, ma anche nei testi. In effetti c’è un netto cambio nel sound e nell’approccio alla musica del buon vecchio Niccolò, che io personalmente ho trovato una semplice pulsione artistica e personale, un suo crescere di pari passo coi suoi lavori, un suo vivere ed allargare i suoi orizzonti per passare dalla sua cameretta di Roma Nord fino al JFK di New York, passando prima per Milano. Il disco, attaccato da più parti come “troppo pop”, presenta a mio avviso solo grande maturità ed un senso tangibile di universalità. Sì, Aurora è un disco maturo, sia perchè sono passati cinque anni da Il Sorprendente Album d’Esordio de I Cani, sia perchè si avverte uno studio approfondito di Contessa, da sempre accusato di non saper né suonare né cantare. Insomma, per chiudere questo inciso già durato abbastanza, un Contessa in espansione, così come l‘universo che è la base di partenza della sua ultima fatica.

 

Spezzata una lancia in favore di quel che reputo uno dei dischi più belli della musica indipendente italiana degli ultimi anni, veniamo a noi ed al motivo per cui sto battendo i diti sui tasti del mio computer: raccontarvi il concerto.

Ebbene, come prima mia volta al The Cage scelgo l’insolita data zero livornese del tour di presentazione di Aurora. Appena, alle ore 22:00, si apre il portone del Teatro Mascagni mi fiondo dentro traboccante di pulsioni da groupie bagnatissima per guadagnare un punto di vista che mi aggradi, così da godermi il live come piace a me. Col classico quarto d’ora di ritardo, alle 23:15, entra in scena il nostro Niccolò, armato di inseparabile berretto, occhiale da vista e di tutti i suoi 30 kg (vestiti compresi). Si parte con un dittico direttamente dalle profondità dello spazio di Aurora: Baby Soldato, pezzo super-pop che ci mostra, se vogliamo, la ragazzina cantata in Hipsteria, cresciuta ed in crisi poichè catapultata in un mondo troppo più grande di lei e Protobodhisattva con cui si affrontano riflessioni ontologiche di stampo buddhista, senza però prendersi troppo sul serio, lasciandoci sempre quella vena di amara ironia. Dopo l’incipit con due pezzi freschi di uscita, si torna un po’ indietro nel tempo con una musicalmente stravolta Le Coppie, per poi cominciare a muovere le membra sulle note di Asperger. Il pogo è nato e non c’è certo motivo di ucciderlo in fasce, ed allora ecco  in rapida successione la succitata Hipsteria, cavallo di battaglia del primo album, e Sfortuna, esplicito omaggio ai Fine Before You Came. Finito questo momento amarcord ci si rituffa nell’intimismo universale (passatemi il simil-ossimoro) di Aurora e Una Cosa Stupida.

Ed ecco che Contessa rimane solo con le sue tastiere e ci regala una versione quanto mai struggente di Sparire che ci fa assaggiare un po’ di morte, anche grazie alla citazione di Buio Omega, controverso film di Joe D’Amato del 1979.

Dalla globalità del mondo cane si fa presto ritorno tra le vie di Roma, precisamente in quel Corso Trieste che fa da miccia per accenderci dentro la nostra “unica, vera nostalgia”, un pezzo che guarda con angoscia ad un’adolescenza che si è allontanata lasciandoci a fare i conti con noi stessi e col resto del creato.

Poteva secondo voi mancare una visita agli “ultimi veri romantici”? No, e quindi via a trovare i Pariolini di Diciott’Anni, “com’è logico che sia, com’è logico che sia”, ed ecco che parte la simpaticissima gag di Niccolò che canta il ritornello di Logico #1 in risposta a chi sosteneva che “li mortacci sua, Contessa s’è trasformato in Cremonini”.  Dai Parioli alla fermata della Metro A per rivedere coi nostri occhi ciò che accadde a Contessa a diciannove anni, sulle note di Post Punk.

Il concerto, bello pieno di emozioni, continua e si rimane a giro per Roma per accorgerci che sia lì che in tutto il mondo Non C’È Niente di Twee.

Poi è la volta di uno dei mie pezzi preferiti, quel Vera Nabokov che altro non è se non una vera e propria canzone d’amore disperata che recita i versi più belli e strazianti di Contessa: “ricorda che mi hai promesso di andare in giro con la pistola per difendermi / e di tagliarmi la carne da mangiare nel piatto come Vera Nabokov”. Una richiesta d’amore viziato, è vero, ma esistono forse richieste d’amore che non lo sono?

Niccolò Contessa

Finito l’excursus su Glamour si torna in orbita con Aurora, con due brani che sembra impossibile allontanare l’uno dall’altro, anche solo per i titoli che potrebbero essere letti tutti d’un fiato: Questo Nostro Grande Amore e Non Finirà, rispettivamente pezzo che che parla d’amore avvalendosi di una carrellata di crudi termini economici con un ritornello efficace, orecchiabile ed estremamente pop il primo, brano con cui ci si sente rapiti da un vortice di funky anni ‘80, rimanendo però sul piano delle considerazioni teoriche, storiche e filosofiche il secondo. Un rapido saluto con la mano e via dietro il backstage per una fisiologica pausa dopo un’ora e mezzo di live. Tempo pochi minuti che si torna a struggerci con Il Posto Più Freddo con cui si tratteggia il profilo psicologico di un figuro inadatto alla vita che si deve accontentare di lesti e sporadici accenni di serenità, trovati ad esempio nel respiro di una persona poco prima di dormire, e con Calabi-Yau in cui Contessa esprime tutto il senso di disarmonia che ha con se stesso.

Il live si chiude con Velleità, uno dei primi pezzi usciti nel lontano 2010, e l’immancabile stage-diving sulle note della mirabolante Lexotan. Contessa, rimessi cappello e occhiali d’ordinanza, trova il tempo per un ringraziamento alle 600 anime presenti, a Valerio Bulla, Simone Ciarocchi, Andrea Suriani e Francesco Bellani con lui sul palco per questi live e per rivolgere un pensiero ai compianti Enrico Fontanelli e Guido Bulla “che non sono più su questo pianeta, ma sono sempre qui con noi”. Stavolta il concerto è finito davvero.

Appena riaccese le luci mi sento strano, come un tossico in down. Avrei voluto fosse durato ore e ore ma mi godo quel che ho vissuto: uno spettacolo coi fiocchi, in una location ideale per vivere la musica a 360 gradi.
Ci tengo a ringraziare I Cani per lo straordinario live tirato su, sempre in bilico tra venature electro punk e quel pop non banale che permea Aurora. Grazie anche per questo nuovo disco – consiglio a tutti di divorarlo con le orecchie – che mi lascia perso tra il principio di indeterminazione di Heisenberg ed il paradosso di Fermi e mi fa ballare sulle note di canzoni che parlano di spazio, brodo primordiale, nucleotidi e varietà di Calabi-Yau. La mia professoressa di scienze delle medie, forse, sarebbe fiera di me.

 

Ascolta l’album, completamente disponibile su youtube: