CON LA CHITARRA E IL COMPUTER, UN VIAGGIO IMMAGINARIO NELLE PROVINCE INTERIORI.

“Ma tu, luna, le incognite finestre illumini del Nord mentre qui noi parliamo nel fondo di quest’esule provincia ove di te solo la nuca appare.” Foglie di Tabacco di Vittorio Bodini.

Non inizio mai un articolo senza una citazione che, per me, nel contesto risulta fondamentale e preludio imprescindibile al flusso di parole che ci trovate scritto sotto. Mai però, fino ad oggi, mi ero sentito in bisogno di partire da una parola precisa della citazione e da questa raccontare un evento musicale (in questo caso, come nel 90% delle cose che scrivo). La parola in questione, che troviamo in questo stralcio leopardiano, scritto da Bodini è “Provincia”. Una parola di per sè anonima, quasi insulsa se si pensa che dalle province si cerca sempre, o quasi, di scappare. Ecco, io qui, ad una settimana di distanza dal live che Vasco Brondi A.K.A. Le Luci della Centrale Elettrica ha tenuto al Sonar di Colle Val d’Elsa, vi parlerò del suddetto spettacolo e di come mai la parola scatenante di questo articolo ha così tanto valore al suo interno.

 

Con la chitarra e il computer - Le luci della centrale elettrica

 

Ebbene, è il 23 Gennaio 2015, percorro il raccordo autostradale Firenze-Siena e già capisco che la serata è quella giusta: nebbia ovunque mentre la mia macchina attraversa le province fiorentine e senesi. C’è già nell’aria l’idea della Pianura Padana, di via Ripagrande a Ferrara, di Gorino che altro non è che la foce del Po, di Carpi che è meglio di Berlino (Giovanni Lindo Ferretti docet). Dentro al Sonar, scomodamente sedute per terra, persone a perdita d’occhio visto il ventesimo sold-out su venti concerti.

Dopo un po’ di attesa ecco salire sul palco Vasco Brondi ed il fido Andrea Faccioli, meglio conosciuto come Cabeki. Si capisce subito che l’atmosfera è diversa dai soliti live con duemila persone, è l’intimità che la fa da padrona in questo splendido concerto. Un Vasco Brondi che si mette a nudo emotivamente, che ci regala le sue canzoni così come sono state concepite in casa sua, con la chitarra ed il computer e come, a volte, vengono lasciate vivere solo negli hard disk, senza mai mettere la testa fuori.

Questo percorso che porterà al progressivo ritrovamento di una dimensione familiare, nuda e leggera, capace di farci stare tutti nello stesso posto a guardarci negli occhi inizia con I Destini Generali. Brano che sfocia quasi naturalmente, come il Po nell’Adriatico, in Cara Catastrofe e già il conto delle emozioni è altissimo. Basta questa doppietta iniziale a far ben intendere il clima da bar-teatro urbano che pervade e invade questo live e invece, senza pause se non per prendere un plettro dalla tasca, Brondi ci canta de L’Amore ai Tempi dei Licenziamenti dei Metalmeccanici e dopo, sulle note di Firmamento, ci informa che “Andrea sta bene, non è niente, non è niente”.

Tutto fila liscio sulle corde di due chitarre, ed ecco che Faccioli ci rivela di avere con sè una piccola discoteca portatile composta da pad, computer, distorsori e chi più ne ha più ne metta. Parte una versione disco-acustica, ossimorica, di Macbeth nella Nebbia che ci fa da apripista alla prima cover della serata: Amandoti dei CCCP, un pezzo che rivela tutta la natura della band emiliana, il loro essere nazional-popolari e punk allo stesso tempo e non accontentare mai nessuno. Ma del resto Ferretti questa canzone, come ci rivela Brondi, l’aveva scritta per compiacere sua nonna, sicuramente non attratta da Punk Islam o Spara Jurij. È uno dei momenti in cui il vortice emozionale tocca delle punte assurde, raggiungendo l’acme.

 

Con la chitarra e il computer - Vasco Brondi

 

Balzare dall’Emilia paranoica al Sud America sembra facile se si chiudono gli occhi e si sentono attaccare le note di Una Cosa Spirituale, per poi trovarsi in un paesino del sud, catturati da un rumore in lontananza che altro non è se non Murray Street de I Sonic Youth. Tocca poi a Le Ragazze Stanno Bene, canzone che parla di amore e che acquista molto più valore in questo momento in cui, ahinoi, vengono organizzati Family Day e boiate simili.

Dopo averci fatto viaggiare nelle nostre province interiori entra in scena la vera provincia col dittico composto da Un Bar sulla Via Lattea e la seconda cover in scaletta, una stravolta e personalissima I Provinciali dei Baustelle. Ed è qui che si inserisce la prima lettura della serata, sì perchè la sede, il numero raccolto, l’intimità creatasi dà anche la possibilità a Vasco di leggerci qualcosa che, per lui, è fondante per renderci ancor più partecipi della sua vita artistica e non. Ci legge un suo racconto in cui cita i suoi conterranei, nonchè suoi modelli: ci sono Antonioni, Tondelli, Ghirri,Celati. Ci porta con Bassani sulle mura di Ferrara a vederne il rinascimento grezzo che la rende bellissima, in bici fino a Gorino a vedere il Po che muore nel mare, a Carpi visitata a sedici anni pensando di trovarci chissà cosa.

Finito questo viaggio nei ricordi, nella nostalgia e nella Pianura Padana immaginaria e mentale che ognuno di noi, a suo modo, si porta dentro, si canta sulle note di Ti Vendi Bene e poi, con gli occhi lucidi, su quelle tenerissime e vive diC’Eravamo Abbastanza Amati per poi farci rapire dagli spettri generati dalla tecnologia o da una qualsiasi corrispondenza a distanza, quelli che Kafka immaginava golosi divoratori di lettere e di emozioni umane e che Byung-Chul Han, nel suo Nello Sciame, analizza nei giorni dell’internet più barbaro, ancora più grossi, sinistri e famelici ed ecco allora che da questa riflessione parte quella preghiera laica che è Padre Nostro dei Satelliti. Dopo le nostre suppliche rivolte al dio delle linee internet ci troviamo col cuore in gola per due inni, due colonne portanti della discografia de Le Luci: Quando Tornerai dall’Estero e Piromani, che coinvolgono il pubblico fino ad allora ammutolito, rapito dalla sensibilità e dalla meraviglia che si stavano creando sul palco.

 

Con la chitarra e il computer

 

A chiudere questo splendido spettacolo intimistico, provinciale e verace fino all’inverosimile Brondi si affida a 40 Km, preceduta dalle parole di Bianciardi che parla della sua Grosseto chiamata Kansas City, una città moderna ed evoluta, “una città di sterrati, di spazi aperti, al vento e ai forestieri”. Una città “tutta periferia” e, questo è l’importante, in grado di essere “centrale” proprio grazie alla sua perifericità: laddove periferia diventa sinonimo di “esperimento” e di “progresso” e dove il paesaggio diventa il correlativo oggettivo di una cultura, di una visione del mondo. Il suo eterno andare al sud al nord, dalla provincia al centro, e poi, quando il centro diventa caotico e insopportabile, di nuovo in provincia, verso la periferia.

Questo è il viaggio di cui Bianciardi è testimone e che ognuno di noi, anche solo mentalmente compie svariate volte nella propria, agra, vita. Tempo di saluti, applausi a piovere e rientro nel backstage per il duo che fin’ora ci ha allietati. In sala si alza un tiepido “fuori, fuori”, non perchè non ci fosse la voglia di sentire ancora qualcosa ma per il clima che l’artista, assieme al suo pubblico, con l’aiuto di Cabeki era riuscito a creare. Eccoli allora, di nuovo on-air per donare alla platea ancora un po’ di bellezza: si riparte con La Terra, l’Emilia, la Luna e conPer Combattere l’Acne per poi chiudere lo show, stavolta davvero, attorno ad un falò immaginario con una versione da spiaggia di Questo Scontro Tranquillo fatto di chitarre unplugged, di microfoni lasciati da parte e di voci che si alzano sincere dal pubblico che diventa protagonista.

 

Finisce così un’ora e mezzo abbondante di live, un live strepitoso, teatrale ma non pomposo, un live popolare e famigliare, capace di far compiere dei passi indietro a Brondi, nonostante cammini sempre avanti. Uno spettacolo che ha restituito a lui ed al suo pubblico il contatto umano che, volente o nolente, col successo diventa sempre più un’utopia. Mi sento di ringraziare Vasco per quel che di bello ci ha dato ed ancora saprà darci. Auguro a tutti voi cento di questi live.