REPORT TORRITA BLUES FESTIVAL 2018

E così Torrita Blues è arrivato alla trentesima edizione. Chissà se Luca Romani & soci si erano immaginati questo traguardo quando nel 1989 organizzarono il primo festival, con la Fabio Treves Blues band sul palco. Chissà se si erano immaginati che negli anni avrebbero ospitato James Cotton (1993), John Mayall (1998), Canned Heat (2000), Charlie Musselwhite (2000), Dr Feelgood (2001), Popa Chubby (2002) e tanti altri grandi nomi di cui possiamo riascoltare le esibizioni anche sul canale Youtube del festival. E proprio Popa Chubby era il nome di punta della prima serata di quest’anno, di ritorno a Torrita con il suo inconfondibile stile “the Stooges meets Buddy Guy, Motörhead meets Muddy Waters, and Jimi Hendrix meets Robert Johnson”. Ma andiamo con ordine.

Venerdì 22/06/2018:

Anche quest’anno a Torrita sono state rappresentate tutte le sfumature del blues, da quello “rurale” a quello mescolato con il rock, dai classici del Mississipi alle riletture del British Blues.
Il venerdì inizia con i Fog Eaters, un gruppo di ragazzi molto affiatati, tra cui spicca in particolare l’armonicista Giorgio Pinna. A seguire i Superdownhome, un duo che sorprende fin dal suo ingresso sul palco: la coppia, composta dal chitarrista Henry Sauda e dal percussionista Beppe Facchetti, si mostra con abiti ispirati alle fogge della prima metà del secolo scorso e con un armamentario strumentale altrettanto suggestivo, tra tamburi e cigar box. Non è però solo il loro aspetto a stupire, anche la qualità musicale colpisce. Infatti il loro repertorio rispecchia l’atmosfera e gli strumenti scelti, le loro composizioni sono dello stesso ottimo genere a cui appartiene anche la cover inserita in scaletta, e cioè Shake your moneymaker di Elmore James.

A terminare la serata è il già citato Popa Chubby. Anche qui la prima impressione è molto forte: chi non ha mai visto sul palco l’omone rasato e tatuato (con indosso quella sera una sobria maglietta recitante “Hail Gay Satan”), non può che rimanere stupito.
Una volta iniziato lo show quello che veramente cattura è l’abilità tecnica del nostro, che passa da composizioni proprie, pezzi ricchi di assoli che deliziano la platea come Rock Me Baby, Let Me Love You Baby, Big Legged Woman a cover di Jimi Hendrix (Hey Joe e Voodoo Child) arrivando ad un altro pezzo che spesso si sente a Torrita, pur non essendo propriamente un blues, e cioè Hallelujah di Leonard Cohen.

È forse in queste cover che si nota in particolare il talento del chitarrista. Consapevole infatti delle sue capacità, ma anche del valore di ciò che sta rielaborando sul palco, le sue proposte non si limitano ad un tentativo di pedissequa imitazione, ma si spingono a ricreare le canzoni con il suo marchio inconfondibile di electro-blues. Così Hendrix diventa, se possibile, ancora più elettrificato, mentre la canzone di Cohen, emblema di una spiritualità che non dimentica le passioni corporali, riproduce questo dualismo anche nella nuova versione.

23/06/2018:

Ritorno a Torrita con ancora più interesse del giorno precedente: stasera suonano gli Animals (o meglio, gli Animals and Friends), una leggenda degli anni 60′. E anche se la band non è composta da tutti i classici membri del gruppo, due di loro sono comunque su quel palco e promettono un grande spettacolo. Rispettivamente abbiamo alle tastiere Mick Gallagher, alla batteria John Steel, accompagnati dai due nuovi ingressi Danny Handley, alla chitarra e alla voce, e Roberto Ruiz, al basso. Le promesse di questa grande band sono state mantenute, ma la loro bravura non ha del tutto eclissato i gruppi precedenti, che sono piaciuti molto al pubblico: più orientati al blues gli I shot a man, più carichi di rock invece i Fullertones che hanno presentato delle cover in uno stile esplosivo ed estremamente coinvolgente.

E infine arriva il momento tanto atteso, introdotto da Luca Romani, presidente dell’associazione Torrita Blues: “Questo è un gruppo che vi conquisterà sicuramente perché sono stati gli autori di molte canzoni che conoscete e che avete sempre ascoltato anche senza sapere che fossero degli Animals”.

I quattro si sistemano dietro agli strumenti, salutano e iniziano subito a suonare, tenendo il palco per circa due ore. Nel concerto scorrono i classici della band, da We gotta get out of this place, a I’ts my life, e I’m Crying, passando per le mitiche riletture di I put a spell on you e Please don’t let me be misunderstood. La conclusione è giustamente riservata al pezzo che più di tutti li ha resi famosi, l’indimenticabile House of the rising sun introdotta da Steel, che ricorda il grande successo avuto dal pezzo, nel 1964, anno della sua pubblicazione, ma anche la gioia che ancora provano nel suonarla e riportala in giro, dopo più di cinquant’anni dalla prima volta.

Ed è proprio la gioia di suonare ciò che questa formazione trasmette, grazie anche alla verve data alle canzoni. I loro grandi classici infatti sono presentati con un’energia e una carica perfette per il concerto, modificando i pezzi senza stravolgerli ed emozionando ancora di più gli ascoltatori di queste melodie dall’enorme successo.
Degna di nota la performance dei quattro, sia come gruppo molto affiatato, sia singolarmente, cosa quest’ultima non così scontata. Se infatti ci si poteva aspettare energia e abilità dai due nuovi aquisti Handley e Ruiz, non era altrettanto prevedibile che anche i maestri Steel e Gallagher reggessero bene, vista che ormai non sono più nel fiore degli anni. E invece anche questi ultimi hanno saputo divertirsi e far divertire, senza un attimo di cedimento, anzi regalandoci delle ottime  improvvisazioni molto interessanti.

Un’ottima conclusione per l’anniversario di questo festival, che, proprio come gli Animals and Friends, si è saputo reinventare e sa offrire, giunto alla trentesima edizione, ancora ottima musica.