REVES: FEMME PHOTALE #5 NAN GOLDIN

 

Uno slow slide show. Un flusso di proiezioni in dissolvenza scorre e si interseca a fumo e musica sui muri del leggendario Mudd Club. Sono le fotografie di Nan Goldin. I presenti a celebrare il compleanno di Frank Zappa possono immedesimarsi in quel diaporama di vite portate all’eccesso. È la tribù di Nan: uomini e donne, artisti o aspiranti tali, i suoi amici travestiti, le coinquiline drag queens, le sue muse e i suoi amanti, tutti mostravano all’obiettivo i non eventi della loro quotidianità. Ritratti mentre si annoiano o si guardano allo specchio, mentre fanno sesso, si drogano o esibiscono la loro teatralità nei locali più alla moda. Una sfilata di volti come sincera e potente testimonianza di un privato che rappresenta un’epoca, quella della New York underground e dannata degli anni Settanta, dei Velvet e di Iggy Pop, di David Bawie, delle utopie da endorfina, della scompaginazione dell’identità e dei generi sessuali.

 

Nan Goldin - aids

 

Gli scatti, prima di raggiungere il successo ed entrare nei musei, erano custoditi dal diario segreto visuale di Nan, usate come strumento di controllo della memoria e del ricordo, per contrastare l’ossessiva paura di perdere tutto ciò che stava vivendo. Nan Goldin è nata a Washington nel settembre del 1953 da una famiglia piccolo borghese, ultima di quattro figli. Barbara, la sorella maggiore alla quale era molto legata, si suicida a diciott’anni, quando Nan ne ha solo undici: da quel momento la sua vita cambia. Scappa ripetutamente di casa, viene data in affidamento a una copia ricca che presto la caccia. Inizia a drogarsi. A diciassette anni la sua famiglia diventa un gruppo di artistoidi sbandati con cui condivide un appartamento a Boston: l’esistenza di Nan inizia a ruotare attorno a loro e alla fotografia.

Nan riesce a trasformare l’istantanea in una forma d’arte legittima. Il suo occhio non misura né premedita, è spesso fuori fuoco, irregolare e spontaneo, ma la sua grande sensibilità artistica crea delle composizioni esteticamente perfette, pittoriche, mentre il cromatismo artificiale e i colori saturati al massimo amplificano la carica emotiva dei frammenti. Alcuni critici hanno parlato di istantanee da album di famiglia, ma nella realtà di Nan i riti di passaggio non sono torte e candeline, ma sballo, malattia, dipendenza e morbosità.

Se qualcosa di familiare c’è, è l’atto d’amore racchiuso nell’inquadratura, che proviene dal forte legame con i soggetti coinvolti, dalla necessità di fermare e dalla paura di perdere le persone care. Queste prime immagini dalle tinte forti e crepuscolari sono ambientate quasi sempre in interni dentro cui si svolgono drammi interiori, in cui lo squallore si accompagna al glamour e all’esplosione di una contro-cultura mondana e vanitosa. La generazione bohémienne metropolitana, tra rabbiosa gioia e disperazione, balla la sua canzone: The Ballad of Sexual Dependency.

 

Nan Goldin - aids 2

 

La marea culla e poi travolge, Nan e i suoi compagni si affacciano all’età adulta come ci si sporge su un abisso. Le fotografie testimoniano la fine del festoso delirio e l’inizio della perdita. I volti emaciati e spenti, i corpi, troppo martoriati per avere la forza di alzarsi e esibirsi nello spettacolo della notte, si gonfiano o si deprimono. I’ll be Your Mirror è una serie di fotografie dal forte impegno sociale,un’esperienza personale tesa a documentare l’orrore della dipendenza, la difficile riabilitazione, il dolore causato dall’AIDS, malattia che i suoi amici avevano iniziato a contrarre nel 1983 per morirne due anni dopo, nel 1985. Dichiara la Goldin in un’intervista: «È stato orribile essere presente quella volta e realizzare che non c’era nulla da fare, mentre dentro di me c’era questa bambina che ancora si ostinava a credere che i dottori avrebbero potuto fare qualcosa […]. Quell’immagine rappresenta la ragione per la quale facevo fotografie: mostrare la condizione umana nel suo stato più vulnerabile, di massima esposizione».

Dopo un periodo di dolente solitudine in cui Nan tocca il fondo, riesce a interrompere una relazione d’amore selvaggia e violenta con l’uomo che più volte la picchia con crudeltà, fino a mandarla all’ospedale con gli occhi tumefatti. Trova la forza di iniziare un percorso di disintossicazione e di riscoperta di sé: nel tempo cambiano le frequentazioni e di conseguenza i soggetti dei suoi ritratti, che diventano molto spesso i figli dei suoi amici, da cui è affascinata per la loro naturale capacità di assecondare gli istinti e vivere le emozioni in modo libero e svincolato da ogni convenzione sociale. Si apre alla luce del giorno e smette di usare il suo lavoro per parlare del passato, intraprende una ricerca più astratta e riflessiva dei processi di trasformazione e di mutamento della forma. Nan Goldin si è calmata, è cambiata, è invecchiata, ma come non ritrovarla nel suo ultimo e geniale lavoro, Scopophilia? L’amore del guardare, traduce dal greco. Non torna nei sotterranei di New York, anche se continua a cercare l’erotismo e la sofferenza, il desiderio e la sconfitta, ma li trova negli affollati corridoi del Louvre nel suo giorno di chiusura al pubblico. E nel montaggio che compara le amorali foto dell’artista alle opere santificate della classicità, quali pensate che appaiano più dissolute, deformate, affamate e provocatorie?