REVES: FEMME PHOTALE #4 SOPHIE CALLE

 

Sophie Calle

 

Parigi, 1979. Sophie Calle si sente persa nei suoi spazi.

Il dito puntato alla cieca sulla carta geografica la riporta a casa, ma sette anni di lontananza spezzano un contatto. È stata a Creta, dove ha trovato ospitalità presso un villaggio di pescatori, in Canada ha lavorato per un circo, mentre in California ha mondato marijuana. A Parigi invece non conosce più nessuno. È così che inizia a seguire sconosciuti per strada, per capire come gli altri trascorrono il loro tempo, per trovare ispirazione e riempire le giornate. Si lascia guidare da estranei per non pensare a quale tragitto percorrere, arrivando in luoghi ignoti a cui non sarebbe giunta da sola, seguendo con ortodossia le regole del caso e dell’imprevedibilità.

 

Il gioco si fa più intrigante quando Sophie segue un uomo sino a Venezia. Travestita con una parrucca bionda e occhiali da sole, lo pedina per due settimane e registra tutto nel bianco e nero dei sui scatti e su appunti che descrivono minuziosamente i suoi spostamenti. Lo perde ogni sera all’ingresso dell’hotel per poi ritrovarlo la mattina seguente. Si immedesima ora in una sorvegliante ora in un carceriere o in un detective. Si sente un po’ colei che pedina, un po’ colei che guida. Fantastica su di lui ogni volta che lo lascia andare alla notte. Come si muoverà nella sua stanza? Come l’avrà arredata? Sophie sembra convincersi di essere la sua amante, idealizza e attribuisce lui le qualità desiderate. È un inseguimento che finge il desiderio di possessione, di conoscenza, la ricerca di uno svelamento forzato e coatto. Scrive Baudrillard in Please, follow me: «Si è sedotti dall’essere il destino dell’altro, il doppio di un percorso che per lui ha un significato, ma che, una volta doppiato, lo perde. È come se qualcuno, dietro di lui, sapesse che lui non è diretto in alcun luogo, in qualche modo lo priva del suo obiettivo: la seduzione». Evita il coinvolgimento diretto Sophie, eppure è completamente esposta, in una seduzione che si ripiega su se stessa. L’artista non incontra il suo uomo, noto come Henri B., ma diventa parte di lei, lo fa suo in un libro di immagini e testi: Suite vénitienne, realizzato nel 1979, ma pubblicato nel 1980 su consiglio di un avvocato, per evitare che il misterioso signore descritto potesse far causa all’artista.

 

Non si ferma più. Torna a Parigi, in cerca di attori protagonisti della sua nuova fantasia. Per otto giorni, e otto ore al giorno, convince amici e sconosciuti a dormire nel suo letto. Non dorme Sophie, osserva l’esibizione dell’intimità dei suoi ospiti e la ritrae nelle foto che scatta, una all’ora, assieme a parole che descrivono volti sconosciuti, catturati nel luogo che più di tutti è l’emblema di ciò che è privato, lontano da occhi indiscreti, il quotidiano e banale della vita di ognuno. Scrive l’artista: «Jean-Yves Le Gavre, ventitreesimo dormiente. Non lo conosco. Un amico comune mi ha suggerito di chiamarlo. Accetta di venire sabato 7 aprile dalle 15 alle 23. Arriva, ubriaco, alle 18. […] E’ molto stanco. Va a letto subito senza cambiare le lenzuola. Mi parla attraverso una registratore come intermediario. Descrive la sua notte, l’alcool… dice: “Ah! E’ una bella cosa in cui credere. Mi piace essere in questo letto… guardo la televisione. Non ho alcuna fantasia, bè in effetti è tutto quello che ho…” Alle 18.45 si addormenta di piombo. Si scopre continuamente». Questo è Les Dormieurs, 1981.

 

Venezia, 1983. Sophie torna davanti agli Hotel, per lei simbolo dell’inaccessibile e della preclusione. Ma questa volta non rimane fuori, si fa assumere come donna di servizio in modo da poter aver accesso alle camere altrui. Con la macchina fotografica, avvolta in uno strofinaccio, raccoglie stralci di vite di passaggio tra quelle pareti. Osserva vestiti e scarpe, apre valigie, svuota cestini e legge diari. Ricostruisce personalità e percorsi di un’umanità ingombrante e senza volto, unica artefice in grado di creare mille storie dai finali diversi e trasformare una persona comune in fantasmatica. L’Hotel è un rito per invocare gli assenti, come la fotografia.

 

Sophie Calle - Calle dormeurs

 

Inutile perché tautologico chiederci se la fotografia artistica sia arte e se le foto di Sophie siano artistiche. Per lei non esiste soluzione di continuità tra la sua vita e la sua opera, esistendo l’una solo in funzione dell’altra. Un’autobiografia che prende in sé ogni incontro col mondo. Sophie in molti dei suoi progetti abbatte ogni distinzione tra pubblico e privato, trasla vite reali in finzione, senza scambiare mai le due cose: crea solamente a partire dal vuoto della realtà ordinaria, trasformandola in esperienza sorprendente. Capovolgendo il manifesto dell’arte concettuale, per cui ciò che si cerca di esprimere è un’idea, Sophie Calle investe di sacralità gli eventi minimi della sua storia privata, da essi prendendo stimolo e ispirazione.

 

L’infanzia passata in Camargue, nel sud della Francia, influenza la sua mentalità di credenze contadine. L’obbedienza al rituale, la necessità di imporsi delle regole sacre da non trasgredire, le permette di abbandonarsi ad esse ed essere libera: così, per esempio, per Le Régime Chromatique (1997), in cui l’artista intraprende e testimonia una dieta cromatica, o Des journées entières sous le signe du B, du C, du W (1998), in cui per una giornata compie azioni che corrispondano solo a una determinata lettera dell’alfabeto. Queste ultime due fanno parte di un’opera ben più complessa e intrigante, Double-Joux, realizzata in collaborazione con lo scrittore americano Paul Auster, nel 1994. Quest’ultimo si era ispirato a Madame Calle per il personaggio di un suo libro, Leviathan, trasfigurando Sophie in Maria: «Maria era un’artista, ma il suo lavoro non aveva nulla a che fare con la creazione di oggetti definiti comunemente artistici. Alcuni la chiamavano fotografa, altri le si riferivano come una concettualista, altri ancora come una scrittrice, ma nessuna di queste descrizioni era accurata e, alla fine, non credo che possa essere classificata in alcun modo». Sophie Calle risponde immedesimandosi nella protagonista del libro, tanto che anche noi, dopo queste informazioni strampalate, ci chiediamo se questa donna esista davvero, o non sia solo il frutto della fantasia di qualche stravagante paroliere.