SE LA VOCE ORA È GRATIS: INTERVISTA A RIOT VAN

giornaliOggi il Corriere Fiorentino ha pubblicato, sia sull’online che sul cartaceo, un interessante excursus di Vanni Santoni all’interno del panorama delle riviste fiorentine. Qualche tempo fa ci ha contattato per un’intervista, che abbiamo deciso di riproporvi di seguito in versione integrale. Se volete seguire Santoni nel suo viaggio all’interno del mondo free press fiorentino, leggete anche le interviste che ha fatto a Con.tempo, FUL, LungarnoFlorence is You. Buone letture.

Quando nasce Riot Van?

Riot Van, inteso come magazine, ha preso vita nel Novembre del 2008. Eravamo nel pieno del periodo dell’onda studentesca, annessi e connessi: la copertina del numero 0 è una foto del ministero dell’istruzione preso durante una delle manifestazioni dell’Onda, il titolo e i sottotitoli sono pieni di errori, anche grammaticali. Obama, G8, Licio Gelli e la riforma universitaria. Scritto in 5 giorni e impaginato in una notte. Esistono foto, tuttora secretate. Squottavamo casa di Peppe dietro Novoli, in Piazza Spadolini. Posaceneri e puzza di piedi. Occhi rossi, bicchieri vuoti e cotolette surgelate. La cosa interessante è che è stato anche uno dei pochi numeri incentrati su argomenti tanto “Accademici”. A dir la verità Riot Van nasce, come spesso succede in questi casi, per sopperire ad alcune dimenticanze del nostro sistema universitario. Si è deciso di creare percorsi formativi per le professioni giornalistiche pieni di discipline teoriche ma assolutamente privi di applicazioni pratiche. Così abbiamo deciso di creare un nostro laboratorio editoriale e giornalistico aperto ed accessibile agli altri studenti. Dopo il primo giorno eravamo in tre; dopo sei mesi in 9; dopo sette anni, sempre in 9. Ma non proprio gli stessi, qualcuno è cambiato. L’Associazione Culturale, che poi è anche editrice della rivista, è nata un paio di anni dopo per diversi motivi. All’inizio era funzionale alla rivista, la dotava di una struttura e una credibilità spendibile anche a livello istituzionale. Col passare del tempo i rapporti di forza sono cambiati e oggi è la rivista che rappresenta un mezzo per l’associazione. Credo sia stata una naturale evoluzione delle cose.

Quanti numeri ci sono stati finora?

Compreso il numero 0, siamo a diciotto e mentre scrivo stiamo preparando il diciannovesimo. In 7 anni. Ci piace pensare che abbiamo preferito la qualità alla quantità.

Come definireste la vostra linea editoriale?

Questa è la domanda più difficile a cui abbia mai risposto. In realtà non penso di avere mai risposto. La nostra linea editoriale è un po’ indefinibile. La decidiamo volta volta collettivamente, confrontandoci e discutendo a lungo, a volte troppo a lungo. Siamo partiti tutti alla pari: niente veterani esperti, tutti ragazzi alle prime armi. Ognuno per vocazione e capacità si è ritagliato un ruolo, guadagnando il rispetto e la fiducia del resto del gruppo. Io, come direttore editoriale, mi occupo di proporre dei macro temi,degli argomenti in grado di creare un filo conduttore, una narrazione interna alla rivista. Con risultati opinabili, s’intende. Il taglio vero è proprio dei pezzi è qualcosa di personale dell’autore, che passa sempre per una lettura e una critica condivisa con il resto della redazione. Le bozze degli articoli sono condivise da tutti redattori su una directory, in modo da rendere i testi disponibili a tutto lo staff. Questa è una cosa a cui teniamo molto. Cerchiamo di parlare di argomenti che ci interessano a livello personale e con cui abbiamo abbastanza dimestichezza per poter cercare di fornire uno spunto di approfondimento o quantomeno una visione più “laterale” di quella solitamente disponibile. Di base non condividiamo il susseguirsi isterico di notizie dei giornali di oggi, la ricerca della velocità ad ogni costo: ogni tipo di informazione ha bisogno di tempo per sedimentarsi, per riuscire a ricomporsi in maniera efficace e coerente nel pensiero dei lettori.

Quante copie distribuite oggi? Dove? C’è stato un aumento o una diminuzione rispetto ai primi numeri?

Oggi la distribuzione si attesta sulle 3500 copie ad uscita. Copie distribuite dalle stesse persone che scrivono il giornale. La crisi, non abbiamo le risorse per poter pagare un distributore, ma anche la possibilità di vedere quanti ti quanti si scansano, e quanti magari ti cercano e ti conoscono. Dove: ovviamente i poli universitari, le biblioteche, e i locali frequentati dai giovani. Poi bar, sale concerti, parrucchieri, case del popolo, librerie, la nostra sede, case degli amici, giardini, cestini. La tiratura è altalenante, se i numeri finanziati da Università e diritto allo studio escono in 3500 copie, quelli autofinanziati arrivano a stento alla metà. Nell’ultimo anno abbiamo aumentato le pagine e inserito la copertina rigida a colori: questo ha aumentato i costi delle singole uscite.

Da quante persone si compone la redazione?

La redazione è composta da un nucleo centrale di 9-10 persone che si occupano oltre che della rivista anche di tutte le altre attività dell’associazione. Accanto a loro orbitano una serie di collaboratori, alcuni solo della rivista, altri dell’associazione, altri di entrambi. Più o meno diciamo che con i vari collaboratori si aggira intorno alla ventina di persone coinvolte a vari livelli.

Quali sono le attività collaterali legate alla rivista?

Le attività collaterali sono quelle che porta avanti l’associazione culturale, che opera con un’ottica di inclusione e diffusione culturale. Ci siamo occupati di street art e graffiti, realizzando con il sostegno del Comune opere come il rifacimento del Murales alla Fortezza, la decorazione del refettorio della scuola Bechi o di un muro della scuola Capuana; portiamo avanti da anni lo Story Telling, un progetto audio visivo incentrato sulle band emergenti; stiamo portando avanti un progetto formativo su scrittura ed editoria con il sostegno dell’Ardsu e il contributo di alcuni giovani scrittori ed esperti fiorentini. Senza parlare dei nostri numeri speciali sulla narrativa contemporanea emergente, come quello su Torino Una Sega 3 o l’ultimo in lavorazione, sempre a carattere narrativo. Negli ultimi tempi ci siamo occupati molto di videomaking e abbiamo svolto lavori di ufficio stampa per altre associazioni amiche.

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Definiresti Riot Van una rivista culturale?

Assolutamente si, a patto che si accetti una visione meno istituzionale e abbottonata del termine cultura. Parlare dei problemi della nostra comunità di riferimento, fornire spunti di riflessione su temi vicini a tutti noi, provare a fornire visioni alternative a tematiche note. Non limitarsi all’analisi teorica ed accademica, ma andare a vedere in prima persona, a toccare con mano, a conoscere e incontrarsi, per noi è fare cultura. Promuovere i mezzi espressivi contemporanei, come la street art o come la letteratura contemporanea, con mezzi e canali che siano più affini a i contesti dove tali necessità espressive si sviluppano. Stimolare il confronto con gli altri attori del panorama cittadino, cercando partnership e collaborazioni, anche questo è fare cultura.

Definisci il rapporto tra overground e underground che secondo alcuni è rappresentato da RV.

Se ci riferiamo solamente al sistema mediatico, diciamo che Riot Van come rivista non ha poi tanti rapporti con i media overground. Certo il nostro direttore responsabile, Michele Manzotti, è giornalista di ControRadio e de La Nazione; è capitato anche che qualche volta qualche altro media mainstream si avvalesse di nostri contenuti, soprattutto quelli video. Se invece fai riferimento ad un under ed un over culturale, le cose cambiano decisamente. Siamo nati e ci troviamo assolutamente a nostro agio nell’underground. Ma non siamo dei puristi del genere. A noi che una cosa sia over o under non interessa particolarmente: purchè sia interessante. Esistono belle cose dovunque, così come la monnezza. Parliamo delle cose a noi vicine sia fisicamente che culturalmente, quindi inevitabilmente più under, perchè non possiamo ignorare ciò che vive intorno a noi; parliamo a volte di cose più note e magari a noi più distanti, perchè non si può vivere avendo come universo di riferimento unicamente in nostro ombelico, le nostre quattro mura. Ci piacerebbe essere il trait d’union tra questi due universi, valorizzando ciò che c’è di sconosciuto e analizzando ciò che c’è di conosciuto.

Come vi finanziate? Che percentuale di finanziamento è coperta dalle inserzioni?

E questa invece è la domanda triste. Dal punto di vista finanziario, siamo esattamente come tutti gli altri: con le braghe calate. Tutto è stato possibile grazie ai finanziamenti che l’Ateneo di Firenze concede alle iniziative studentesche. Ogni anno raccogliamo le firme degli studenti e presentiamo l’iniziativa all’ateneo. Finora, abbiamo sempre ottenuto il finanziamento di un numero l’anno, mai più di quello nonostante la nostra gestione virtuosa e oculata dei fondi. Un’altra entrata ci viene invece garantita dai fondi che il DSU mette a disposizione per le iniziative editoriali, anche qui, una volta l’anno, e quasi mai più di un numero. A questo riguardo ci terrei a precisare che tanto l’ateneo quanto il diritto allo studio si limitano a liquidare le fatture della rivista, lasciandoci carta bianca su stili e contenuti delle nostre pubblicazioni: non c’è nulla di imposto o calato dall’alto. Poi ci sono i nostri sponsor, alcune attività commerciali che nel corso degli anni hanno deciso di appoggiare il nostro progetto, più per una questione di spirito, di significato e di condivisione di intenti, che per un vero e proprio rientro economico. Per questo cerchiamo di coinvolgerli anche nelle attività dell’associazione quando ce n’è la possibilità. I proventi degli sponsor di un uscita coprono a mala pena il 50% dei costi dell’uscita stessa. Con questo volume d’affari è difficile stampare più di un numero autofinanziato all’anno. Va ricordato che l’associazione ha anche tutta una serie di spese legate al suo funzionamento, di cui spesso sono i soci stessi a farsi carico.