VENGHINO, SIGNORI VENGHINO, AL TEATRO DEGLI ORRORI

“Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non, di fatto, per uscire dall’inferno.”

Van Gogh le suicidé de la société, di Antonin Artaud

Il Teatro degli Orrori in concerto al Deposito Giordani di Pordenone

Il Teatro degli Orrori in concerto al Deposito Giordani di Pordenone

 

Si è appena spento il week end in cui il tour invernale de il Teatro degli Orrori ha visto la sua conclusione. Noi di Riot Van (e per noi intendo io) siamo stati, sabato 12 Dicembre, alla FLOG di Firenze e adesso ve lo raccontiamo, facendo uscire le nostre sensazioni ed emozioni in merito.

Nonostante mi sia ritrovato costretto, a causa di un infortunio calcistico, a seguire il concerto dalla balaustrata – non di brezza come quella ungarettiana ma di acciaio – le mie valutazioni in merito allo spettacolo messo su da Capovilla e soci sono molto più che positive. Ritrovatomi distante dal palco, col cuore in tempesta e la stessa voglia di saltare giù di un leone in gabbia, che non sente suo l’ambiente circostante, mi rassegno all’idea ed ai fatti: quello per stasera sarà il mio posto, lontano dal fuoco vivo del concerto ma con lo spirito sul palco.

Ad aprire il concerto ed a scaldare le folle ci pensano i Red Worm’s Farm da Padova, band con una storia lunga un ventennio che propone sonorità grezze e rudi. Dopo il warm-up messo in mano ai padovani succitati si apre il sipario e va in scena il Teatro degli Orrori. Il live show si presenta come commistione tra concerto e recital, vista l’attitudine oratoria di Capovilla. Possiamo parlare di due momenti ben distinti dello show, una prima parte dedicata all’ultimo omonimo lavoro: 12 brani che come cazzotti ci riportano alla realtà in un misto tra rabbia viscerale e struggente disincanto in pieno stile TDO. I 12 brani vengono proposti tutti, legati tra loro in una serie di lunghi medley dal suono possente e graffiante, andando a dipingere l’affresco di un’Italia allo sfacelo, che “non cambia, perché non vuole cambiare”.

Punto cardine di questa prima parte è, per me, Lavorare Stanca: brano che affronta quel che manca nel lavoro, ossia il senso. Un inno all’otium latino per eccellenza, al tempo dedicato a sé stessi, alle proprie passioni, lontano dalla routine del lavoro, che uccide la vita e la felicità dell’individuo, e lo imprigiona nel lager delle proprie responsabilità quotidiane. Passando per Genova, carichi di Benzodiazepina si arriva alla chiusura di questa prima parte, a Slint, parola che si trova solo sugli urban dictionary, termine quasi onomatopeico per indicare un lieve raggio di luce. Ma anche una rock band statunitense attiva dall’86 al ’92 di cui Capovilla cita Washer e da cui inizia il ricordo dell’uomo protagonista del brano in questione. Il tutto si muove intorno all’impegno che Capovilla, Favero, Mirai e Valente hanno preso con il Forum Salute Mentale contro la contenzione meccanica ed il T.S.O. ed anche intorno al potere proustiano della musica, che come una madeleine ti rende capace di riconoscere la tua storia.

 

Teatro degli Orrori

 

Finita la prima parte dedicata interamente all’ultima fatica discografica ci tuffiamo nelle sabbie del tempo insieme al Teatro e, pescando dai tre lavori precedenti, arriviamo fino al 2007, anno di uscita di Dell’Impero delle Tenebre, primo album in studio. Ed è quindi una rapida escalation che abbraccia i cinque anni trascorsi dal succitato primo disco a Il Mondo Nuovo, passando per A Sangue Freddo. Si toccano così i punti focali della discografia del TDO, passando senza tregua da Non Vedo l’Ora a È Colpa Mia, arrivando dritti a E Lei Venne, mirabile rifacimento musicale de IlVino dell’Assassino di Baudelaire. Per mano alla Compagna Teresa andiamo a trovareMajakovskij che dà a Capovilla lo spunto per parlare di Slavoj Žižek, filosofo marxista sloveno, di silenzio educativo nonchè narrativo e di concezione dell’assoluto :

“Contro la concezione orientale dell’Assoluto come Vuoto-Sostanza-Fondamento, nascosto sotto i fragili e sfuggenti fenomeni della realtà quotidiana, dovremmo contrapporre la concezione che è la nostra realtà quotidiana quella fissa, inerte, stupidamente presente e che è l’Assoluto quello fragile, perituro e sempre sfuggente. Per dirla diversamente, che cos’è l’Assoluto? Qualcosa che troviamo nelle fugaci esperienze, come il sorriso di una bella donna o persino il sorriso di una persona che fino a poco tempo fa ci era sembrata bruta e repellente. È in questi miracolosi, ma estremamente fragili momenti che viene alla luce, attraverso la nostra realtà, un’altra dimensione. L’Assoluto come tale può facilmente disgregarsi, può troppo facilmente sfuggirci tra le mani, dobbiamo maneggiarlo con cautela, come una fragile farfalla.”.

Dopo questo momento poetico-filosofico e dopo Vita Mia, si va in Africa a trovare il popolo nigeriano. È il momento, per l’eclettico frontman del Teatro, di compiere l’ennesimo atto di denuncia “e allora ce lo venga a spiegare l’ENI cosa ci fa nel bacino del Niger!” e via che attacca A Sangue Freddo, inno rivolto alla memoria di Ken Saro-Wiwa, “il poeta nigeriano, un eroe dei nostri tempi”, ucciso da vigliacchi in divisa in uno dei paesi col più alto tasso di corruzione del pianeta. Il live si chiude con la bellissima, struggente e malinconica La Canzone di Tom, pezzo basilare dell’intera discografia orrorifica.

Finiscono così due ore e mezzo di live, di spettacolo orchestrato da quel tizio incazzato, fumatore accanito e fiero sostenitore di CERTE idee che è Pier Paolo Capovilla. Due ore e mezzo da pelle d’oca, che ci lasciano col desiderio di vedere altri 100 concerti così.

Una band, Il Teatro degli Orrori, che si attesta tra le migliori in Italia, nel panorama musicale generale. Ad avercene di più di roba del genere.