WILLIE PEYOTE E LA SINDROME DI TÒRET

Willie Peyote non è un tipo che passa inosservato, soprattutto a noi di Riot Van, che abbiamo seguito i suoi passi fin dai tempi dei Funk Shui Project, il gruppo con cui, dopo un esordio solista senza grande risonanza, ha gettato il sasso nello stagno della scena musicale.

Dopo alcuni singoli che hanno collezionato molte visualizzazioni su Youtube (e perciò si presume anche molti ascolti, ma già qui viene in mente un verso da una loro canzone “Non è importante ascoltare un pezzo, quanto condividerlo sui social network”), ha portato a compimento il lavoro con loro realizzando un gran bel disco, auto-titolato, in cui ritroviamo molti dei temi che caratterizzano anche l’album Sindrome di Tôret.

Il gruppo ha poi preso altre strade, collaborando con altri esponenti della scena rap-cantautorale italiana (Hyst, ad esempio, o Jamiro Venz con cui è stato realizzato un altro ep), ma l’impronta è rimasta impressa nelle successive produzioni da solista di Willie, che ha sviluppato certe atmosfere, in testi, musiche e arrangiamenti.

 

Nei tre dischi successivi (non considereremo in questo bilancio l’esordio del 2011, Manuale del giovane nichilista, perché di differente impostazione, seppur contenente alcuni rimandi all’oggi) il percorso del Peyote si è mantenuto su alcuni binari ben riconoscibili, che si pongono in contrapposizione, quasi a stemperarsi l’un l’altro. Da una parte il cinismo, dall’altra l'(auto)ironia, non ovunque esplicita, come nell’esempio sopra, ma sempre pungente.

Possiamo vedere perciò Non è il mio genere, il genere umano (prima rilasciato in forma di Ep, poi con l’aggiunta di altri pezzi a raggiungere la dimensione di album), piena espressione di quel cinismo espresso in canzoni dei FSP come Soulful “Non siete uomini//non siete un popolo//con l’occhio vitreo delle mucche al pascolo// Non siete niente.// E io per voi non provo né pena né schifo// non provo odio, no, non provo niente”, che infatti riecheggia quasi identico in pezzi come Glory Hole “Non è il mio genere, il genere umano// resto lontano da voi//come Venere e Urano// Io se apro bocca inalo fumo con il drink in mano// tu se apri bocca parli un’ora tipo Celentano” o Dont’ panic, che però apre anche ad un’altra sfumatura, quasi autolesionista “Il malessere che vomito// corrode anche il mio esofago prima di uscire// versi intrisi sangue e bile// Per me è fin troppo facile capire// che continui a maledire// perché ti fa male dire che ho ragione”.

Si fa strada qui quel primo principio di autocoscienza, quella confessione (in)volontaria che avrà pieno compimento nel disco successivo. Educazione sabauda infatti cerca di contenere tutte le anime di Willie, dalla critica sociale di Io non sono razzista, ma… “Chi dice «io non sono razzista, ma…» è un razzista, ma non lo sa” al sentimentalismo, con un brano come Willie Pooh “E ti dirò di più// porto il cinismo con il miele//, sono Willie Pooh// voglio una vita senza mai domande tipo «cosa c’è in Tv?»// a casa mia ho messo il citofono solo perché speravo che suonassi tu”, passando per la consueta sfacciataggine di apertura con Peyote 451 (L’eccezione) “Ogni volta che scrivo un libro di Moccia va in fumo, per autocombustione: Peyote 451”.

Ma Educazione Sabauda vuole essere anche altro “l’educazione sabauda va ben oltre gianduiotti e bagna càuda// è la causa del silenzio e del senso del dovere// ed è la nausea del senso di colpa che viene dopo il piacere” e anche dal punto di vista musicale lo è, accumulando collaborazioni di tutti i tipi, che vanno dalla chitarra di Adriano Vecchio nel pezzo di apertura alla voce calda e quasi soul di Tormento ne La scelta sbagliata fino ai feat con Ensi e alla strumentale di Godblesscomputers, rispettivamente in Nessuno è il mio signore e Truman show. Questo insieme di contraddizioni, più volte esplicitato anche dallo stesso Willie (“Se sto zitto sembro hipster, ma se rappo sono hardcore”; “Perché un cesso resta un cesso anche con l’oro e col profumo// sono un hater ma mi salvo con lo humour”) ha trovato un pieno compimento nella sua ultima uscita, Sindrome di Tôret appunto.

 

I testi di questo disco non risparmiano nessuno: ascoltandolo verrebbe quasi da pensare ad un’analogia con il reportage di Leonardo Bianchi La gente. Viaggio nell’italia del risentimento.

È sicuramente un disco figlio di questi tempi, dei social e della liberta d’opinione che però a volte sentiamo quasi come un dovere d’opinione (“Costretti a esprimere sempre un’opinione//non fai in tempo ad averne una”). Il risentimento però è doppio qui: da una parte quello degli “webeti”, di chi deve dire la propria su tutto, senza averne la minime competenze “A parte i verbi e forse l’algebra qui han tutti da insegnare// è un popolo di Alberto Angela”, né mettere la minima moderazione nell’esprimersi “Per dire la tua per fortuna non servono documenti// ma almeno è il caso che ti documenti// Perché dire la tua non è un dovere, è un diritto// e a volte dovrebbe essere un dovere star zitto”. Quest’ultima strofa è tratta dal feat di Dutch Nazari, ma può essere usata come esempio, considerata l’omogeneità con il resto del disco.

Il risentimento però è anche quello di Willie, che non tollera più la situazione “Se fossi in me saremmo in troppi// che già qui dentro c’è una gran confusione// Mi serve un leader d’opinione che mi dia un’indicazione//Sono più rap o più indie, cazzone? ; La mia home sembra un talk show, ma manca Floris. Cercavo il posticipo e i marcatori, ma trovo solo esperti e professori”.

Il risentimento però viene declinato anche in una versione empatica, o meglio, autocritica, nella serie di canzoni seguenti. Ad esempio in Metti che domani il rapper si include in una prima persona plurale “E metti che domani scoppia la guerra mondiale// Ma noi siamo italiani e puntiamo a pareggiare// Metti che domani vinciamo il campionato// scendiamo tutti in piazza come in un colpo di stato”. In Portapalazzo, dopo un attacco molto critico “C’è vita nello spazio?// C’è vita dopo la morte?// Che domande del cazzo// intorno a me persone già morte” si passa ad atmosfere più distese, anche dal punto di vista musicale, visto che questo brano contiene uno dei ritornelli più orecchiabili di tutto il disco: “Sui manifesti elettorali// Ex compagni universitari// brava gente, persone normali// Ma io non so neanche se voterò”.

Ne Il gioco delle parti infine ammette “Sarei bravo a gestire i problemi se non riguardessero me// Parlo ai muri confido i segreti come se loro parlassero a me// Continuo a svuotare bicchieri come se loro riempissero me”. In un certo senso quindi il rapper non si tira fuori, non nega la sua responsabilità in parte del problema, tanto da arrivare a dire, sul titolo dell’album appunto: “La sindrome di Tourette è un problema concettuale// Abbiamo tutti un’attenuante se lo schifo è consensuale”.

 

Non mancano nel disco le canzoni che parlano di donne e sono anche quelle più vicine al cantato, alla pop-song quasi d’amore (sempre per citare lo stesso Willie: “la mia versione delle tue canzoni frocie”) e sono in questo caso Ottima scusa, Le chiavi in borsa, Vendesi, Donna Bisestile in cui più che di sentimenti in realtà si parla della necessità di distinguerli dagli istinti: “La gente starebbe un po’ meglio// capisse che cazzo vuole da sto cazzo di amore”.

Tutto questo intrecciarsi di temi è accoppiato ad una gran varietà di suoni e arrangiamenti: dal basso sincopato di Avanvera, al blues de I Cani passando per l’accompagnamento pop e i cori di Ottima scusa e di Donna bisestile, senza dimenticare i fiati di Roy Paci in Vendesi.
Un gran bel disco insomma, che Willie Peyote presenterà questo sabato in concerto all’auditorium Flog. Uno spettacolo che si preannuncia molto interessante, sia per la qualità promessa che per vedere quanto rimanga dal vivo del personaggio presentato nel disco. Per vedere se è vero quanto afferma in Truman Show, a proposito di realtà e finzione “Non basta ascoltare la musica per farti un’idea su di me”.